Un compromesso politico dalla logica stringente salva la riforma Fornero
Un compromesso politico tra governo e maggioranza che si basa però su una logica tecnica: il giudice potrà anche reintegrare il lavoratore nel caso il licenziamento economico sia insussistente. E’ questa la novità illustrata ieri in conferenza stampa dal premier Mario Monti e dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Scarica il testo del disegno di legge di riforma del mercato del Lavoro - Scarica il comunicato della Cgil sulla riforma
16 AGO 20

Un compromesso politico tra governo e maggioranza che si basa però su una logica tecnica: il giudice potrà anche reintegrare il lavoratore nel caso il licenziamento economico sia insussistente. E’ questa la novità illustrata ieri in conferenza stampa dal premier Mario Monti e dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero. I due hanno spiegato i contenuti del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro subito dopo averlo consegnato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fornero ha parlato di una riforma che produrrà “un guadagno netto per la collettività”, “un mercato del lavoro capace di dare più occupazione”. Poi ha fatto riferimento all’esigenza di arrivare a una maggiore produttività del sistema: “Abbiamo cercato di tenere conto degli interessi di tutto il paese e non di singole categorie. E di fare una riforma che sia per il medio e lungo periodo”. Quindi non concertazione con le parti sociali, ma dialogo, anzi no, mera “consultazione” con i sindacati, l’ha corretta Monti.
Le principali novità del disegno di legge, rispetto al documento che il Consiglio dei ministri aveva approvato “salvo intese”, riguardano la flessibilità in uscita: “L’articolo 18 è stata una grande conquista, ma il mondo nel frattempo è cambiato – ha osservato il ministro del Lavoro – L’attuale rigidità in uscita contribuisce a un deficit di investimenti esteri e a una fuga di aziende italiane verso l’estero, una tendenza purtroppo già in atto”. Per evitare un nuovo dualismo nel mercato del lavoro italiano, ha detto l’esponente dell’esecutivo, è dunque stato scelto di non limitare il nuovo articolo 18 dello Statuto soltanto ai nuovi assunti. Rispetto all’impostazione del primo testo dell’esecutivo su cui c’era stato l’assenso anche di Cisl e Uil, e non della Cgil, c’è però il ritorno del reintegro: nel caso di licenziamenti giustificati dalle aziende con la motivazione economica, il giudice – qualora riterrà la stessa motivazione “insussistente” – potrà decidere per il rientro del dipendente sul posto di lavoro. Una logica giuridica già presente, seppure implicitamente, nel primo testo: anche in quel caso, infatti, il giudice poteva valutare la fondatezza delle motivazioni economiche ma senza la facoltà di decidere il reintegro. Nel documento datato 23 marzo e approvato dal Consiglio dei ministri, infatti, si leggeva: “Per i licenziamenti oggettivi o economici, ove si accerti l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto, il giudice dichiara risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento, in favore del lavoratore, di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva”. Ora invece il giudice potrà scegliere tra reintegro e indennizzo da 12 a 24 mensilità (nella prima versione si parlava del solo indennizzo, tra l’altro per un importo pari a 15-27 mensilità). “Non credo – ha commentato ieri Fornero a proposito del nuovo articolo 18 – che questa tipizzazione sui licenziamenti possa portare a un aumento del contenzioso”.
L’innovazione, richiesta a gran voce dai sindacati, a partire dalla Cgil, e dal Pd, non a caso ha trovato il consenso del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “Quell’articolo non è scritto con la mia penna ma è un passo avanti importantissimo”. “Mi auguro che siano tutti soddisfatti, anche la Cgil”, ha aggiunto. Nessun commento pubblico di Susanna Camusso, ma anche in casa Cgil si nota la novità positiva sui licenziamenti economici. Il primo a felicitarsi è stato Raffaele Bonanni, segretario della Cisl: l’articolo 18 “è stato definito in maniera ragionevole”. “Ci porta 50 anni indietro”, ha protestato invece Nichi Vendola (Sel).
Sui rapporti contrattuali, Fornero ha ribadito che l’obiettivo principale è che il contratto dominante diventi quello a tempo indeterminato, preceduto da un periodo di apprendistato. “Con una modifica equilibrata dell’articolo 18 – ha sottolineato – non blindiamo più il lavoratore a un singolo specifico posto di lavoro”. L’idea è quella di combattere il “dualismo” tra ipergarantiti e iperflessibili: “Vogliamo ridurre l’area della precarietà contrastando la flessibilità cattiva”. Di qui anche la scelta di rendere più oneroso il contratto a tempo determinato, perché “è un fattore produttivo e i fattori produttivi si pagano”. Con conseguente recupero di risorse per il finanziamento dell’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego) che coprirà gli ammortizzatori sociali. L’Aspi, nelle intenzioni dell’esecutivo, è destinata a essere universale, diversamente dagli attuali ammortizzatori – cassa integrazione, mobilità, ecc. – di cui usufruisce solo una parte dei lavoratori. Per i nuovi ammortizzatori sociali saranno stanziati 1,8 miliardi, ha detto Fornero. Ma forte scetticismo s’avanza tra le imprese per il nuovo articolo 18, non solo in Confindustria ma anche in Rete Imprese Italia e Abi.